Attività A.S. 2011/2012 - Presidente Gianna Prapotnich

STANNO LE COSE COME SEMBRANO?

STANNO LE COSE COME SEMBRANO?

27 Febbraio 2012

Percorsi della percezione attraverso le foto di Vito M. Carfì

Proverò a spiegare perché ci siano delle immagini che muovono qualcosa dentro noi, ed altre che, invece ci lasciano indifferenti; e quanto questo dipenda dal legame esistente, secondo me, tra la natura dell'arte fotografica – e le altre forme della comunicazione - e la neurofisiologia della percezione. E' un percorso esplicativo che attraverso tre domande, partendo dalla fotografia di una montagna, estende il discorso alla fruizione di ogni altra forma di conoscenza.

Prima domanda: perché mi colpisce questa foto di montagna?

 

Perché trovo che dia una visione epica della montagna. Che raffiguri, cioè, bene la mia idea del mito della montagna: la Montagna, con la emme maiuscola. Mito ed epico ci vengono dal greco e significano "racconto": epico si riferisce al come raccontare, mito al che cosa raccontare. Rispetto alla nuda realtà della cronaca, il racconto personale – il mito - adeguatamente tratteggiato – l'epica – sarà sempre vincente in termini di suggestione. Il mito, però, per essere tale deve anche riuscire a trasportare un nucleo di realtà fuori dal tempo, in un universo in cui il tempo non esista: perché il mito è figlio del desiderio d'immortalità dell'uomo, il quale cerca di liberare dalla morsa del tempo se non se stesso almeno il racconto di se stesso.

Fanno parte del linguaggio epico la linearità, la solennità, la paratassi, ed una certa dose di determinismo, insieme a notazioni che coloriscano di atemporalità la narrazione. In fotografia quanto detto implica non ridondanza informativa, soggetto in piena evidenza, relazioni tra gli elementi del racconto assenti o, se presenti, quasi obbligate, e comunque semplici.

Seconda domanda: perché mi piace che quest'immagine sia epica?

Perché il mito da essa evocato tramite l'epicità rompe lo schema abituale: della mia quotidianità, della mia abitudine mentale ... anche – forse soprattutto - rispetto al tempo. L'immagine epica della montagna, quindi, mi disorienta e poi mi affascina, perché non so come interpretarl

a, poiché mi viene mostrata una montagna come non sono abituato a vederla.

La critica fotografica sostiene che un'immagine per essere interessante deve contenere elementi d'ambiguità, elementi, cioè, che inducano una difficoltà, anche solo minima, nell'interpretazione, perché l'ambiguità non sta nella foto, che è un'opera conclusa, bensì viene suscitata nell'osservatore. "Ambiguità" va inteso quasi come sinonimo di "oscillazione": oscillazione tra due o più poli interpretativi di una foto, di un'immagine, di una scultura, di un prodotto del pensiero in generale. Qualsiasi creazione dell'uomo genera interesse quando fa scattare nel cervello il confronto tre le esperienze passate e quella attuale, ciò che è la vera chiave della conoscenza. Questo accade ogni volta che viene rotto lo schema abituale ed una nuova visione appare.

Questo meccanismo della conoscenza è stato, per così dire, scoperto 23 secoli or sono da Aristotele quando indagò il valore conoscitivo della metafora nella "Poetica" e nella "Retorica". Metafora vuol dire trasporto, trasferimento di significato. Esempi di metafora: mostrare i denti. Caccia al potere. Prendere un granchio. Bugie con le gambe corte. Testa tra le nuvole. Pozzo di scienza. Mago del volante. Metti un tigre nel motore ... Capire metafore vuol dire "sapere scorgere il simile o il concetto affine" in maniera talora molto ardita, fino a vedere le cose all'opposto di quanto si credeva. Diventa allora evidente che si è imparato, e sembra che la nostra mente dica "Così era, e mi sbagliavo".

Sorprendente la modernità dell'analisi di Aristotele, se si considera che sulla decisione attraverso confronto di situazioni, sulla scelta tra ciò che mi appariva prima e ciò che mi appare dopo, quindi sulla modificazione della mia visione delle cose, si basano tutte le ricerche sul funzionamento e la natura di quello che chiamiamo "mente" cioè la funzione espletata dall'organo cervello.

In Francia, si è proposto un modello basato su questi cardini: a) la simulazione offerta del mio sistema sensorio, con cui mi raffiguro la realtà, b) la scelta tra due opzioni: la mia esperienza vecchia e quella nuova che la simulazione mi prospetta. Nella scelta emerge la coscienza.

Contemporaneamente, a Parma, si scopriva il sistema dei neuroni specchio: quando noi vediamo qualcuno fare qualcosa il nostro cervello replica contemporaneamente i movimenti che sta facendo l'altro, e questo senza che la volontà possa impedire o modificare in alcun modo tu

tto ciò. Dalla sensazione come "simulazione", si passa alla "simulazione incarnata": una prospettiva ben più stringente. Stavolta non posso neanche scegliere: potrò in seguito rifiutare e respingere, ma al primo istante potrò soltanto subire il modello.

Negli stessi anni, in America, veniva mostrato quanto senza i complessi sistemi neuro-fisio-chimici chiamati emozioni e sentimenti, venga meno la capacità di scegliere, e come la impossibilità di operare delle scelte blocchi la complessa orologeria cerebrale.

La scelta, quindi, alla base di tutto: l'oscillazione tra due poli ed il cambiamento dentro di noi sono le chiavi della conoscenza.

In tal modo entra, però, prepotentemente in gioco l'ethos. Sempre dal greco: abitudine, consuetudine, in tutti i sensi, anche e soprattutto psichici. Dal tema protoindoeuropeo da cui originano anche sé e self: siamo entrati dentro noi stessi, la nostra personalità. L'ethos si configura a tutti gli effetti come un incrocio d'identità, coscienza e vissuto, ed è per questo che proprio sul tessuto etico di ognuno agisce la comunicazione, sia a livello basso, pettegolezzo, sia a livello alto, le massime forme artistiche.

Comprendiamo allora perché sia tanto potente ed efficace l'epica, perché siano tanto evocativi i miti: perché destabilizzano il nostro ethos, magari quello che non ricordiamo neppure più di avere, il piano profondissimo sepolto nell'inconscio.

L'aver chiarito perché la critica debba insistere tanto sull'ambiguità ci porta alla terza ed ultima domanda: perché l'ambiguità funziona così efficacemente? Perché, cioè, la conoscenza si deve basare sull'oscillazione e sulla scelta?

Perché il nostro Sistema Nervoso riesce a percepire soltanto le discontinuità.

L'occhio costretto da un sistema di specchi a guardare sempre lo stesso oggetto entro qualche secondo non vede più niente. Per poter percepire, l'occhio oscilla continuamente con micro-movimenti: soltanto con un'alternanza di vedo e non-vedo riesce a mantenere un quadro costante.

Quanto detto è valido per tutti i recettori del SN, per ogni singolo neurone, e per il Sistema Nervoso Centrale nella sua globalità, e spiega perché la percezione, in generale, viene attratta dalle cesure mentre si abitua immediatamente alla uniformità.

L'encefalo, quindi, è capace soltanto di confrontare, la coscienza di scegliere.

2008-2009-Vito Maria Carfi

Il nostro ethos - anch'esso - deriva dall'interazione del vissuto, che la realtà ci propone, con le modalità funzionali del nostro SNC: a) rappresentazione della realtà fisica interna, quasi interamente inconscia b) rappresentazione della realtà esterna conscia solo parzialmente c) confronto presente – passato d) percezione obbligatoriamente discontinua.

Persino la rappresentazione del bene è condizionata da tutto ciò, ed annoia rapidamente perché corrisponde ad un ordine che il nostro ethos percepisce come "normale". Ecco perché il male fa sempre "notizia", cioè mito. In ambienti violenti o degradati diventa, invece, "notizia" - e quindi mito - il bene: valga l'esempio di madre Teresa.

Ed ecco perché possiamo comprendere la critica quando cerca le ambiguità e spero

che voi comprendiate me quando, parafrasando Jim Thompson, vi dico: "Ci sono 32 modi di scattare una foto ed io li ho provati tutti, ma esiste una sola foto: le cose non stanno come sembrano".

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